
Nel caotico panorama geopolitico dei primi mesi del 2026, la crisi dello Stretto di Hormuz mi appare come la dimostrazione più cruda di come il fondamentalismo religioso — nella sua forma più pericolosa e trasversale — sia riuscito ad annebbiare il giudizio strategico di tutti e tre i contendenti, spingendoli verso soglie di instabilità che nessuna analisi razionale potrebbe giustificare. Ho analizzato altrove, nel dettaglio, la dimensione della rottura politica americana e il tradimento delle promesse MAGA che ha portato all'Operazione Epic Fury del 28 febbraio 2026. Qui voglio soffermarmi su ciò che quella rottura rivela di più profondo: non la semplice ipocrisia di un leader, ma la sistematica capacità del fondamentalismo religioso di trasformare abbagli strategici in guerre.
Un errore annunciato: il regime alle corde non si ferma a Hormuz
Ho seguito questa crisi da vicino, con l'occhio di chi ha trascorso anni a osservare i mercati energetici globali. E quello che mi ha sempre allarmato — e che ripeto dal principio di questa sciagurata vicenda — è che un regime iraniano alle corde non si ferma a Hormuz. Può colpire le infrastrutture del Golfo, paralizzare le raffinerie, interrompere catene logistiche globali con effetti paragonabili — o peggiori — a quelli della pandemia. Eppure questo scenario è stato trattato come improbabile, quasi impossibile. È esattamente questa cecità, questa compiacenza, che trasforma gli abbagli strategici in catastrofi.
Su un punto sono sempre stato esplicito: mi sono ripetutamente opposto ad azioni cinetiche contro la "Testa del Serpente". Gli Ayatollah dovranno crollare sotto il proprio peso di sangue e repressione — non essere eliminati dall'esterno con un attacco militare. Lo scrivevo già nell'agosto 2025, invocando il risveglio della società civile iraniana, e lo ribadivo nel gennaio 2026: l'Iran non è il Venezuela. L'architettura dello Stato iraniano è infinitamente più complessa da destabilizzare, e le forze di opposizione interne — per quanto straordinariamente coraggiose — operano in un contesto ancora opaco.
Non si trattava di una valutazione isolata. È precisamente ciò che la CIA aveva formalmente concluso nelle settimane precedenti agli attacchi: eliminare Khamenei avrebbe con ogni probabilità portato all'ascesa di elementi ancora più radicali dei Pasdaran. Come confermano gli analisti di The Conversation, la morte violenta del Supremo Leader non ha indebolito il sistema — lo ha trasformato in un martirio, concetto sacro e mobilizzante nell'Islam sciita, capace di rafforzare la coesione del regime piuttosto che dissolverla. Il successore che emergerà sarà verosimilmente meno vincolato ai freni teologici che Khamenei stesso manteneva — incluso il divieto religioso sulla bomba atomica. Eppure si è proceduto lo stesso.
Il paradosso diplomatico più bruciante resta quello del 27 febbraio 2026: ventiquattro ore prima delle bombe su Teheran, il ministro degli Esteri dell'Oman aveva annunciato un punto di svolta positivo nei negoziati — l'Iran aveva accettato di non accumulare uranio arricchito e di sottoporsi a piena verifica dell'AIEA. La pace – o quanto meno non una guerra aperta - era a portata di mano. Poi sono cadute le bombe.
Il fondamentalismo come lingua comune dei tre contendenti
Come ho scritto più volte, ciò che rende questa crisi strutturalmente diversa dalle precedenti è che il fondamentalismo religioso non è l'anomalia di uno solo degli attori: è la loro lingua comune, il collante che tiene insieme guerra e consenso interno in ciascuno dei tre contendenti, ammantando ogni scelta — per quanto irrazionale — nella veste della necessità sacra. È questa la Bugia Nobile nella sua forma più compiuta.
Negli Stati Uniti, questa deriva si è manifestata in modo sempre più esplicito. Come stigmatizzavo già nel febbraio 2025, i valori dell'amministrazione — anti-scienza, fondamentalismo religioso, leaderismo — non appartengono alla tradizione liberale di cui mi nutro. Quella preoccupazione ha trovato conferma nel marzo 2026, quando una ventina di leader evangelici si sono riuniti attorno a Trump nello Studio Ovale, imponendo le mani sul presidente in preghiera e invocando la vittoria divina nel conflitto con l'Iran — come se la geopolitica fosse diventata un rito sacro. Ho commentato con sdegno questa scena nell'aprile 2025, usandola come caso emblematico del fondamentalismo cattolico-MAGA: la fede strumentalizzata per benedire l'ingiustificabile.
In Israele il quadro non è dissimile. Come denunciavo nel febbraio 2026, il sostegno americano al fondamentalismo religioso israeliano non fa che rendere l'ipocrisia democratica di Washington sempre più evidente al mondo. Netanyahu ha inquadrato esplicitamente l'attacco all'Iran come una guerra religiosa, citando la Torah e paragonando l'Iran agli Amaleciti — il "male puro" della tradizione biblica. Alcuni ufficiali americani hanno descritto il conflitto come un passo verso l'Armageddon. Come segnalava già Haaretz nel maggio 2025, questa deriva teologica nella narrazione bellica israeliana non è improvvisata: è il frutto di anni di consolidamento del fondamentalismo religioso nelle istituzioni militari e politiche del paese.
In Iran, infine, la narrativa del martirio completa il cerchio. Ma sarebbe ingenuo trattare il regime degli Ayatollah come vittima passiva. Come ricordavo nel maggio 2024 e ribadivo nel gennaio 2026, esiste una consolidata simpatia intellettuale occidentale verso le rivoluzioni violente quando si presentano come legittima ribellione millenaria contro la corruzione del capitalismo. Il caso di Michel Foucault — che nel 1979 celebrò entusiasticamente la Rivoluzione Islamica salvo poi fare marcia indietro quando i fucili si voltarono sulle donne e sui dissidenti — resta il più eloquente. Quella fascinazione non è mai del tutto scomparsa, e ha contribuito a normalizzare per decenni ciò che invece andava denunciato con nettezza.
I fatti, del resto, sono chiari da quasi cinquant'anni: "Morte a Israele" e "Morte all'America" non sono slogan improvvisati — sono il mantra fondativo della Rivoluzione Islamica, ripetuto con liturgica costanza nei cortei, nelle scuole, nelle preghiere del venerdì. Ignorarlo, o relativizzarlo in nome di una mal riposta solidarietà anti-imperialista, è stato uno degli errori intellettuali e politici più costosi dell'Occidente progressista.
Quando la fede annebbia la strategia
La domanda che mi pongo — e che continuo a porre — è questa: come si spiega che tre attori dotati di apparati di intelligence sofisticati, di analisti esperti, di archivi storici profondi, abbiano collettivamente ignorato le evidenze disponibili e scelto la guerra nel momento in cui la diplomazia era concretamente alla portata?
La risposta, a mio avviso, sta proprio nella natura del fondamentalismo religioso come sistema cognitivo. La fede — quando non è confinata alla sfera personale ma viene proiettata sulla politica estera — non elabora le evidenze: le seleziona. Produce una lettura del mondo in cui la vittoria è predestinata, il sacrificio è nobile, e la trattativa con il nemico è tradimento. In questo senso, il fondamentalismo non è soltanto un problema etico: è un problema epistemologico. Distorce il calcolo strategico fino a renderlo cieco.
È per questo che ho insistito per anni sull'urgenza di una risposta globale laica, civile e razionale. Non come postura ideologica, ma come prerequisito di sopravvivenza collettiva. Senza un'opposizione lucida e compatta a questo ciclo di hubris sacralizzata — in Europa come nelle cancellerie arabe moderate, nelle università come nei mercati — il fondamentalismo continuerà a dettare l'agenda, e il conto, umano ed economico, sarà ben più alto di quanto qualsiasi leader sia oggi disposto ad ammettere pubblicamente.
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