Immagine generata con I.A. con vittime celebranti il loro boia

Come Nigel Farage, artefice del declino, è diventato il portavoce dei danneggiati — e cosa ci insegna sull’agonia delle democrazie contemporanee

C’è qualcosa di profondamente paradossale nei risultati delle elezioni amministrative britanniche del 7 maggio 2026. Reform UK di Nigel Farage è diventato il primo partito del paese, strappando seggi esattamente nelle aree periferiche del nord e del centro dell’Inghilterra — le stesse comunità operaie che nell’arco di un decennio hanno subito il declino più marcato della qualità della vita misurabile: calo dei servizi pubblici, erosione della sanità territoriale, contrazione degli stipendi reali, crisi dell’housing locale. Il paradosso sta in un fatto semplice e brutale: Farage è l’uomo che quel declino lo ha accelerato. Ed è ora il loro tribuno.

I — IL CROLLO MISURABILE

La Brexit — di cui Farage fu il più tenace e longevo promotore istituzionale, ben prima che diventasse senso comune — ha prodotto effetti sull’economia reale britannica che non appartengono al campo dell’opinione, ma della misurazione. L’Office for Budget Responsibility del governo britannico ha stimato che la Brexit costerà il 4% del PIL annuo nel lungo termine: un dato tanto più significativo se si considera che la quota netta versata dal Regno Unito all’UE ammontava a circa 13,2 miliardi di sterline l’anno. La Resolution Foundation, in collaborazione con la LSE, ha successivamente aggiornato questa stima al rialzo, segnalando che il costo economico effettivo si starebbe avvicinando al doppio della previsione OBR. L’impatto sui salari reali è quantificato: circa £470 per lavoratore l’anno in meno rispetto allo scenario controfattuale, per effetto delle sole nuove barriere commerciali con l’UE.

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È doveroso precisare — e la precisione qui rafforza, non indebolisce, l’argomento — che il declino delle periferie britanniche precede il 2016. La deindustrializzazione degli anni Ottanta e l’austerità post-2008 avevano già eroso il tessuto economico e sociale di Hartlepool, Stoke-on-Trent, Barnsley. La Brexit non ha creato il problema: lo ha accelerato, sovrapponendo un danno strutturale nuovo a ferite preesistenti. È proprio in questa sovrapposizione che risiede la responsabilità politica più grave: chi ha promosso il referendum sapeva — o avrebbe dovuto sapere — che le aree più fragili avrebbero pagato il prezzo più alto.

Londra, nel frattempo, ha continuato ad esistere in un universo parallelo. Non è la Gran Bretagna: è un hub finanziario e culturale globale che obbedisce a leggi diverse, attratto da capitali internazionali che la Brexit ha solo in parte rallentato. Quando si parla di “resilienza britannica”, si parla quasi sempre di Londra. Quando si parla di declino, si parla delle stesse comunità che ieri hanno consegnato i loro voti a Reform.

La diseguaglianza sanitaria è forse il dato più brutalmente eloquente. Glasgow — emblema della periferia urbana britannica — è stata citata dalla Commissione OMS presieduta da Michael Marmot come caso estremo di iniquità sanitaria: un ragazzo nel quartiere deprivato di Calton ha una speranza di vita media di 54 anni, contro gli 82 di un coetaneo di East Dunbartonshire, a 12 chilometri di distanza. All’interno della stessa città, il gap di speranza di vita tra il decile più ricco e quello più povero è passato da 12,4 anni nel 2000–02 a 15,4 anni nel 2017–19 per gli uomini — un peggioramento di tre anni in meno di due decenni, coincidente esattamente con gli anni dell’austerità. La Scozia, nel suo complesso, registra la speranza di vita più bassa dell’Europa occidentale.

L’accusa che per anni la destra aveva rivolto all’Europa — quella di essere distante, fredda, estranea alle sofferenze reali — si è rivelata essere l’esatta descrizione di ciò che la Brexit ha prodotto: una classe politica nazionale che ha scaricato i costi della propria ideologia sui più vulnerabili.

II — LA NARRAZIONE COME SOSTITUTO DELLA MEMORIA

Come è possibile che chi ha subito le conseguenze di una scelta la riconfermi, o peggio, ne incoroni il promotore? La risposta non è nell’irrazionalità degli elettori — che sarebbe una spiegazione arrogante e sbagliata — ma nel meccanismo con cui le narrazioni politiche operano in un’epoca di sovrabbondanza informativa. Paradossalmente, più informazione circola, meno sedimenta in memoria critica. Il ciclo dell’attenzione si è accorciato al punto che le promesse del 2016 — “riprendere il controllo”, “300 milioni alla settimana per il NHS”, “liberarci dai diktat di Bruxelles” — appartengono a un passato che non produce più vergogna politica, perché non produce più memoria condivisa.

In questo contesto, Farage ha operato con rara abilità narrativa. Ha trasformato il malcontento post-Brexit — che è in larga misura malcontento post-Farage — in ulteriore carburante per la propria ascesa. Ha identificato nuovi capri espiatori: gli immigrati, le élite di Westminster, il “tradimento” della Brexit da parte dei governi che l’hanno implementata. La struttura del ragionamento è circolare e per questo imperforabile: ogni insuccesso diventa prova che la rivoluzione non è ancora abbastanza radicale, che i nemici sono ancora al loro posto, che bisogna andare oltre.

III — LA DEMAGONIA

Il Senatore Mario Monti ha coniato il termine “demagonia” per descrivere esattamente questo meccanismo sistemico: non la semplice demagogia — che è antica quanto la politica — ma qualcosa di strutturalmente più insidioso. La demagonia è il processo per cui una democrazia transita da uno stato di equilibrio al successivo attraverso promesse che corrodono le basi materiali del patto sociale. Ogni equilibrio successivo è peggiore del precedente. E ad ogni passaggio, il costo è sopportato dagli stessi cittadini che hanno applaudito la transizione.

Il caso britannico ne è la manifestazione più nitida degli ultimi anni in Occidente. Nel 2016, la promessa era la libertà dalla burocrazia europea e la restituzione di risorse ai servizi pubblici. Nel 2026, la promessa è il ripristino di quella stessa qualità della vita che la Brexit ha contribuito ad erodere. I promotori sono, in larga misura, gli stessi. Le vittime, idem. Il sistema democratico — privo di meccanismi di accountability a lungo termine sulle promesse elettorali — non offre strumenti per spezzare questo ciclo dall’interno.

“La demagonia non è il fallimento della democrazia. È la sua forma patologica in assenza di memoria collettiva: una spirale in cui la cura proposta è la stessa sostanza che ha prodotto la malattia.”

IV — L’UNICA RISPOSTA RAZIONALE INDIVIDUALE

Se questo è lo scenario — e i dati suggeriscono che lo è, almeno nelle sue linee strutturali — allora si pone una domanda che non è cinica ma pragmatica: cosa può fare il cittadino che non voglia semplicemente subire? La risposta politica è necessaria ma insufficiente nel breve periodo. La risposta culturale è indispensabile ma lenta. Esiste però una risposta individuale che merita attenzione: la pianificazione patrimoniale intesa come forma di agency civica.

I numeri parlano con una chiarezza che la retorica non può oscurare. Il mercato azionario britannico ha registrato un rendimento del 114% a dieci anni in termini di Total Return (dati iShares MSCI UK ETF al 30 aprile 2026). Nello stesso identico arco temporale, l’indice Total Return obbligazionario governativo decennale britannico è sostanzialmente piatto. Lo stesso decennio che, per le comunità periferiche, è stato segnato da austerità, contrazione salariale e deterioramento dei servizi. Questa forbice non è un’anomalia: è la struttura del capitalismo contemporaneo, accelerata dalla globalizzazione e ora dalla rivoluzione tecnologica.

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Il fattore lavoro perde potere contrattuale — sotto il maglio congiunto della globalizzazione e dell’intelligenza artificiale. Il fattore capitale lo guadagna. Chi riesce a orientare anche una parte del proprio risparmio verso il sistema delle imprese — attraverso fondi, piani di accumulo, strumenti previdenziali integrativi — partecipa, almeno parzialmente, ai frutti di quella crescita che altrimenti osserva solo da fuori. Non si tratta di una soluzione al problema politico. Si tratta di una strategia di resilienza individuale in un contesto in cui il contratto sociale si assottiglia e lo Stato riduce progressivamente la sua capacità di ammortizzatore universale.

Il paradosso di Farage rimarrà nella storia politica britannica. Ma la lezione più duratura di questo decennio non è ideologica — è strutturale: le democrazie che non costruiscono memoria collettiva producono demagonia. E i cittadini che non costruiscono autonomia patrimoniale restano esposti, doppiamente, sia agli errori della politica sia all’inevitabile contrazione di uno Stato che non riesce più a mantenere le proprie promesse.

Fonti principali:

Office for Budget Responsibility (2021); Resolution Foundation / LSE, The Big Brexit (2022); Resolution Foundation (2025); Glasgow Centre for Population Health; WHO Commission on Social Determinants of Health (Marmot, 2008); iShares MSCI UK ETF — Performance & Distributions (apr 2026); TRXVUKGOV10D Global Index (mag 2026). Il termine “demagonia” è del Senatore Mario Monti.


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