
Non è (solo) il greggio. È (soprattutto) il carburante che non arriva.
Tutti guardano il prezzo del petrolio quando si parla di Hormuz. E sbagliano bersaglio.
Il greggio saudita ed emiratino, quello sì, una via di fuga ce l'ha. Ma le petroliere cariche di carburanti - specie di distillati medi - quelle meno, molto meno.
Gli oleodotti sauditi ed emiratini che scavalcano il Golfo verso il Mar Rosso possono spostare via terra grosso modo 10 milioni di barili al giorno. Ma le petroliere cariche di benzina e carburante per aerei, quelle no. O passano da Hormuz, o restano ferme.
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E qui la faccenda si complica, perché a questo nodo se ne aggiungono altri due, nello stesso momento: il gasolio russo che Mosca ha deciso di trattenere in patria, e le raffinerie russe oggetto delle ritorsioni ucraine sempre più precise e sempre più profonde. Tre crisi che si sommano proprio mentre l'estate spinge in alto la domanda di carburante — e non parliamo solo d'Europa, privata del petrolio russo: persino gli Stati Uniti, grandi esportatori netti di benzina, sentono la stretta, con buona pace della menzogna della loro "indipendenza".
Quanto può durare? E soprattutto: chi ne pagherà davvero il conto — chi guida l'automobile o chi decide le rotte delle petroliere?
I meccanismi di riequilibrio del mercato, quando le raffinerie del Golfo e i produttori nordamericani hanno margine di manovra, storicamente contengono la durata di questi shock. Il problema è la velocità del contagio, non la sua eternità. Ed al momento il contagio si sta spandendo come un incendio inarginabile.
Ne ho parlato con AlGhad TV. Perchè nemo propheta in patria.
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