Michelangelo Merisi (Caravaggio). I bari

Sabato mattina, 28 febbraio 2026. Mentre molti americani dormono ancora, Donald Trump appare in un video preregistrato indossando un cappellino bianco con la scritta 'USA' e — dettaglio rivelatore — senza cravatta. Annuncia al mondo che gli Stati Uniti hanno avviato grandi operazioni di combattimento in Iran, in coordinamento con (o diremmo meglio se scrivessimo “costretti” da) Israele, nell'ambito di quella che il Dipartimento della Guerra ha battezzato 'Operation Epic Fury'. È il secondo round, in meno di un anno, di attacchi congiunti contro le infrastrutture militari e nucleari della Repubblica Islamica. Il primo risale al giugno 2025.

In quel video — rilasciato nel cuore della notte americana — Trump dice una cosa che vale la pena fermare e leggere con attenzione: «Le vite di coraggiosi eroi americani potrebbero andare perdute e potremmo avere delle vittime. Questo accade spesso in guerra. Ma lo stiamo facendo non per il momento presente, lo stiamo facendo per il futuro, ed è una missione nobile.» Poi si rivolge direttamente agli iraniani: «Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo. Sarà vostro. Questa sarà probabilmente la vostra unica occasione per generazioni.»

Fermiamoci un momento su chi ha pronunciato queste parole. Perché non è un qualsiasi presidente americano: è Donald J. Trump, l'uomo che ha costruito la propria ascesa politica — e la propria campagna per la rielezione del 2024 — promettendo esattamente l'opposto.

Il contratto con l'operaio di Detroit e l'agricoltore dello Iowa

Per capire la portata di questa contraddizione, bisogna tornare indietro. Il MAGA — Make America Great Again — non è mai stato, nella sua essenza elettorale, un programma di politica estera interventista. È stato, al contrario, la promessa di un ritiro strategico: dal globalismo, dall'interventismo militare, dalle avventure mediorientali che hanno dissanguato per decenni il contribuente americano senza produrre né democrazia né stabilità.

Trump si è presentato all'elettorato — all'operaio di Detroit licenziato dalla fabbrica delocalizzata, all'agricoltore dello Iowa strangolato dai dazi cinesi, al veterano del Texas stanco di guerre incomprensibili — come l'uomo che avrebbe finalmente messo l'America al primo posto. Avrebbe riportato a casa i soldati. Avrebbe smesso di finanziare le guerre altrui. Avrebbe dedicato le risorse americane all'America.

Durante la campagna elettorale del 2024, Trump era stato esplicito nel condannare i predecessori. Barack Obama e Joe Biden erano stati dipinti come guerrafondai incapaci, negoziatori mediocri, dilapidatori del benessere della classe media americana sull'altare di conflitti lontani e incomprensibili. La dottrina Carter — enunciata nel 1980 e secondo cui qualsiasi tentativo di una forza esterna di prendere il controllo della regione del Golfo Persico sarebbe stato respinto con tutti i mezzi necessari, inclusa la forza militare — era stata apertamente rigettata dalla retorica trumpiana come il simbolo di un'era di interventismo miope e costoso.

Il MAGA aveva un impianto narrativo chiaro: basta Medio Oriente, basta proxy, basta sangue americano versato per interessi che non sono quelli dell'americano medio.

La dottrina Donroe e l'equivoco emisferico

I primi mesi del secondo mandato avevano alimentato una lettura alternativa, quella 'dottrina Donroe' che con Massimiliano Frenza avevamo esplorato in un nostro contributo su Equilibri Magazine: una riedizione in chiave MAGA della dottrina Monroe ottocentesca, adattata all'era delle competizioni strategiche globali e delle catene del valore energetiche. Se Monroe aveva voluto tenere le potenze europee fuori dalle Americhe, Trump sembrava voler riaffermare la supremazia statunitense sull'emisfero occidentale contro l'influenza cinese (è questa la chiave sotto cui va letta la guerra daziaria contro il Brasile e gli enormi aiuti finanziari all’Argentina di Milei) a e russa (Venezuela e Cuba), assicurandosi il controllo sulle risorse energetiche e sulle materie prime critiche del continente.

Il 3 gennaio 2026, l'intervento militare in Venezuela — con la cattura e la detenzione a New York del presidente Nicolás Maduro, accusato di narco-terrorismo — sembrava confermare questa lettura. La postura muscolare sulla Groenlandia, con le pressioni esercitate nei confronti della Danimarca e degli alleati europei, rientrava in questo schema: espansionismo nel 'giardino di casa', volto a controllare rotte artiche e risorse strategiche, ma comunque circoscritto all'emisfero.

Era una lettura che, per quanto inquietante nelle sue implicazioni imperiali, manteneva almeno una certa coerenza geografica e una logica di energy dominance geopolitica: chi controlla le risorse energetiche di Caracas e di Nuuk controlla una leva di pressione su Pechino e Bruxelles, senza sporcarsi le mani in Medio Oriente. L'energia come strumento di guerra geoeconomica, non la guerra convenzionale come strumento di politica estera.

Il giugno 2025 e il 28 febbraio 2026: la frattura con il MAGA

Gli attacchi del giugno 2025 contro gli impianti nucleari iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan — condotti senza alcuna autorizzazione preventiva del Consiglio di Sicurezza dell'ONU — avevano già incrinato quella narrazione. Ma il 28 febbraio 2026 la frantuma definitivamente.

L'Operazione Epic Fury non è un'azione limitata e chirurgica contro un'infrastruttura nucleare. È, nelle parole dello stesso Trump, una campagna aperta di regime change, con obiettivi che includono le residenze della leadership iraniana a Teheran, il programma missilistico, la marina militare. L'Iran ha risposto con un'ondata senza precedenti di missili balistici contro le basi americane in Qatar, Bahrain, Kuwait, Giordania e negli Emirati Arabi Uniti, e Israele ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale.

Siamo dinanzi a una svolta di 180 gradi dall'ortodossia America First verso una postura decisamente più interventista. Non è più la Donroe. Non è più Monroe. È la dottrina Carter resuscitata, vestita con un cappellino bianco e priva di cravatta. E’ – in altri termini – l’ennesima truffa all’elettorato MAGA.

E questo pone un problema politico enorme per Trump in vista delle elezioni di midterm del novembre 2026. Il conflitto potrebbe protrarsi per settimane. Ci potrebbero essere vittime americane — lo ha ammesso lui stesso. Il petrolio ha già guadagnato quasi il 20% dall'inizio dell'anno, principalmente a causa delle tensioni con l'Iran. Ogni ulteriore impennata si tradurrà in prezzi alla pompa più elevati, aggravando la pressione economica su quegli stessi americani della classe media che avevano creduto nella promessa MAGA.

L'ingerenza israeliana e l'alleanza ingombrante

C'è un elemento che non si può eludere e che fa più scalpore di tutti gli altri: il ruolo di Israele. L'azione del 28 febbraio 2026 è un attacco congiunto USA-Israele. Non è un'operazione americana con supporto israeliano: è una campagna coordinata — 'full synchronization and coordination', come ha dichiarato l'esercito israeliano — pianificata per mesi. Netanyahu ha annunciato che durerà 'il tempo necessario'. Gli obiettivi israeliani includono i vertici politici e militari iraniani.

Ora: è legittimo chiedersi in quale modo questa operazione sia compatibile con la narrativa MAGA. È legittimo chiedersi come mai un presidente eletto denunciando l'incompetenza guerrafondaia dei predecessori si ritrovi a condurre, in meno di un anno di secondo mandato, due campagne militari in Medio Oriente in coordinamento con un alleato — Israele — la cui agenda regionale è quanto di più lontano ci sia dagli interessi immediati dell'operaio di Detroit o dell'agricoltore dello Iowa.

La pervasività della questione israeliana nella politica interna americana non è una novità. Ma raramente è apparsa così evidente e così aliena rispetto alla sensibilità dell'americano medio. Due anni di guerra nella Striscia di Gaza — dal 2023 al 2025 — con la documentazione di crimini contro la popolazione civile, e poi il silenzio quasi totale sulle violenze perpetrate in Cisgiordania: tutto questo ha prodotto una frattura, soprattutto nelle generazioni più giovani, che lo stesso elettorato trumpiano non è riuscito a ignorare completamente.

La domanda che mi pongo, e che si pongono in molti, è: fino a che punto un'alleanza strategica può ignorare il disallineamento crescente tra le proprie scelte di politica estera e il mandato democratico ricevuto dall'elettorato? L'America non si è mai davvero emancipata da quest'alleanza ingombrante. E gli eventi del 28 febbraio 2026 dimostrano che, qualunque cosa Trump abbia promesso durante la campagna, quell'emancipazione non è ancora avvenuta.

Il Trattato di Non Proliferazione e il paradosso iraniano

Come ho avuto modo di argomentare in un'analisi pubblicata il 22 giugno 2025, il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) del 1968 porta in sé una contraddizione strutturale che nessuna campagna militare — per quanto devastante — è in grado di risolvere: il trattato non impone un limite tecnico all'arricchimento dell'uranio, rendendo legale — almeno in astratto — l'arricchimento fino a livelli prossimi a quelli necessari per uso bellico.

L'Iran si è mosso con cinica intelligenza in questa zona grigia normativa, portando il proprio livello di arricchimento al 60% nel 2023 — una soglia non giustificabile da alcun uso civile — senza formalmente violare il testo del trattato. Nelle parole dello stesso Trump gli attacchi del giugno 2025 li avrebbero “completamente obliterati e totalmente degradati” le infrastrutture di arricchimento ed il 27 febbraio 2026 — un giorno prima degli ultimi attacchi — il ministro degli Esteri dell'Oman aveva dichiarato di aver raggiunto un punto di svolta positivo nei negoziati: l'Iran aveva accettato di non accumulare uranio arricchito e di sottoporsi a piena verifica dell'AIEA. La pace era 'a portata di mano'.

Ventiquattro ore dopo, cadevano le bombe su Teheran.

La questione nucleare non è soltanto una questione di armi. È “una crisi di ordine normativo globale”, proprio come scrivevo a Giugno. E le azioni del 28 febbraio 2026 non la risolvono: la aggravano, dimostrando che la forza militare preventiva non autorizzata può scavalcare il diritto internazionale anche quando una soluzione diplomatica era concretamente alla portata.

Le implicazioni per i mercati finanziari

Nei prossimi giorni cominceremo a capire come tutto questo si infiltrerà nei sistemi di prezzo degli strumenti finanziari: tassi di interesse, materie prime, valute. Il petrolio è già in forte rialzo. L'instabilità nel Golfo Persico — con le basi americane sotto attacco missilistico in Qatar, Bahrain e negli Emirati — introduce premi di rischio che non erano stati incorporati nelle aspettative di mercato fino a poche ore fa. Lo spread tra JKM e TTF probabilmente si riaprirà. Il dollaro potrebbe muoversi in direzioni non lineari, tenuto tra la funzione di bene rifugio e la pressione delle prospettive fiscali di un'America che si ritrova in guerra nel momento più delicato del suo ciclo politico interno.

L'industria shale americana — i cui produttori indipendenti hanno già segnalato difficoltà con il petrolio sotto i 70 dollari al barile — guarda a questo scenario con sentimenti misti: l'impennata dei prezzi aiuta i margini nel breve termine, ma l'instabilità geopolitica è un fattore di incertezza che deprime gli investimenti di lungo periodo. E se l'operazione Epic Fury si prolungasse per settimane, come indicato dai funzionari americani, le conseguenze sulla crescita globale potrebbero essere più significative del previsto.

Il problema sono i genitori

Mi piace concludere riprendendo il titolo di una mia analisi precedente del 22 Giugno 2025. Non i figli scapestrati — non l'Iran, non il suo regime fondamentalista, non la sua ambiguità nucleare. Il problema sono le architetture normative opache — il TNP con le sue zone grigie sull'arricchimento — e le architetture politiche opache — le promesse elettorali che si dissolvono al contatto con i vincoli strutturali del potere — che rendono i comportamenti opportunistici non solo prevedibili, ma razionali.

Trump ha promesso “America First”. Ha consegnato “America Everywhere”. Ha accusato Obama e Biden di essere guerrafondai incapaci. Ha avviato, nel giro di pochi mesi, un'operazione di regime change in Venezuela, due campagne aeree in Iran e ha minacciato militarmente alleati europei sulla Groenlandia. Ha detto agli americani che avrebbero messo i soldi in tasca. Li sta portando in guerra.

Perché a regole opache seguono comportamenti opportunistici. E se i genitori non cambiano le regole, saranno loro — non i figli scapestrati — a mangiarsi le mani per averne consentito il gioco.

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