
Difficile rimanere entro le righe volendo esprimere un commento alle prestazioni della nazionale di calcio argentina.
Definire calcio l'insieme di vessazioni fisiche e psicologiche che l'albiceleste ha praticato durante lo svolgimento dell'ultima fase finale della coppa del mondo di calcio Fifa appena conclusasi è già di per sé un obbrobrio.
La fase finale della competizione, durante la quale la vigoria fisica per la compagine sudamericana — la più anziana del torneo — scemava, ha ancor di più accentuato le già note predisposizioni a movenze di Mixed Martial Arts piuttosto che di football.
Il tutto sotto l'occhio evidentemente bonario di quaterne arbitrali (cinquine, o sestine contando l'equipe VAR) su cui non mi esprimo per pietà.
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Il terzomondismo che vede in questo team delle prerogative Messi-aniche si accartoccia sotto la più atroce tortura che la civiltà sportiva, prima ancora del piacere del bel gioco, dovrebbe meritare: il rispetto dell'avversario.
Un paese, l'Argentina, che a torto viene visto come l'ennesima nazione sotto il giogo delle plutocrazie occidentali. Tutt'altro: il degrado, l'arretratezza, i ripetuti fallimenti politici ed economici sfociati in sanguinose dittature e in violentissime crisi inflazionistiche sono stati cucinati in patria — una patria in cui il sangue italiano sovrabbonda, il che depone non bene ma benissimo, perché nel tafazzismo l'Argentina eccelle davvero.
Prendere le distanze con ogni forza sia dall'assunzione che quello sia "calcio", sia che il "riscatto nazionale" passi per la martirizzazione fisico-psicologica dell'avversario è non solo doveroso ma perentorio.
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