
“E’ successa una tragedia!” “E’ stata una strage!”
Frasi ad effetto come queste, esclamazioni cariche di emozione e di dolore che contorce le viscere, sono comuni e purtroppo quasi routinarie entro il flusso di informazione globale in cui la modernità ci ha piombati.
“Un pullman cade in una scarpata, muoiono 36 passeggeri”. “Lutto cittadino proclamato per il crollo di un patio che ha ucciso 18 giovani che celebravano un compleanno”.
Sono notizie che creano impressione trasversale, una serpentina di epidermica empatia che scuote profondamente le opinioni pubbliche delle regioni che vedono tali fatti accadere, e più in generale per il carico di dramma che il flusso informativo aggiunge nel riportarle al più grande pubblico.
Esistono due ordini di motivi per cui tali situazioni generano clamore ed impressione in coloro a cui ne viene riferito l’accadere:
a) l’immedesimazione degli ascoltatori nel “fatto” (“Potevo esserci io”, “Poteva capitare a chiunque”, “Per fortuna non ho preso il pullman”); b) la rappresentabilità mentale della situazione occorsa e del fatto avvenuto, e soprattutto c) la capacità mentale – derivante dall’esperienza del sensibile – di “contare” mentalmente il numero dei soggetti coinvolti.
Con riferimento all’ultimo punto in particolare, l’esperienza sensibile della vita di ciascuno pone il soggetto di fronte ad un ampio catalogo di situazioni lungo la propria più o meno lunga esistenza. Riferimenti a “quantità” note, già esperienzialmente incontrate, inseriscono i fatti di cronaca in un “ciclo di esperienze” più o meno frequentemente vissute, quanto meno in termini di mere “dimensioni e quantità”.
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Chiunque ha trasportato dal supermercato “6 bottiglie d’acqua” a casa propria. Moltissimi hanno contato “12 uova”. Tantissimi di noi – chiudendo gli occhi – visualizzano mentalmente “dieci automobili parcheggiate l’una di fianco all’altra”.
6 bottiglie d’acqua; 12 uova; 10 automobili. Numeri che diventano spazio. Spazio mentalmente “visualizzabile” perché esperito, sensibilmente appartenente ad una categoria del “poco” o del “tanto” che nel tempo diventa “parte” del nostro sistema mentale di contare ed associare a tale conto una classe dimensionale nota.
Ma se solo moltiplicassimo per dieci i numeri appena descritti (60 bottiglie d’acqua; 120 uova; 100 automobili) inizieremmo ad uscire “fuori” dall’ordinaria amministrazione dell’esperienza feriale di molti di noi. Saremmo in un ordine di grandezza esperienzialmente ancora “visibile” ma meno frequente. L’immagine mentale della “quantità” e dello “spazio” che tali quantità occupano richiede uno sforzo per essere formata, non appartiene all’ordinaria amministrazione.
Se poi moltiplicassimo per cento gli stessi numeri (600 bottiglie d’acqua; 1.200 uova; 1.000 automobili) staremmo entrando di fatto in un dominio che, per la più vasta parte della popolazione generalista, travalicherebbe la soglia dell’esperienza “visualizzabile” per entrare di diritto in quella del “tanto invisualizzato” in quanto non esperito.
Una famiglia di quattro persone uccisa dall’esplosione del piccolo aereo da turismo su cui viaggiava; sei passeggeri di una funivia crollata, causandone la morte; diciotto morti in un pullman che cade in una scarpata fanno quindi “tanta impressione”, spesso molta più di quanto non ne facciano “756 vittime causate da una slavina” in un piccolo villaggio di montagna di una regione andina, per esempio.
I primi tre casi appartengono ad una categoria di quantità molto frequentemente incrociate durante la nostra esperienza di vita. L’ultimo coinvolge invece quantità molto meno spesso parte del nostro quotidiano.
Il giorno 1 luglio 2026 il Centro Internazionale per gli Studi Strategici ha pubblicato un saggio breve (“Sangue e Tesoro russi: il vertiginoso costo della guerra di Putin”) che indica in un milione e quattrocentomila il numero di uomini russi morti, dispersi e feriti dall’avvio dell’invasione armata della Federazione Russa allo stato sovrano dell’Ucraina.
A questa cifra va sommata quella relativa alle vittime dello stato assalito, l’Ucraina. Lo stesso CSIS stima tale valore (morti, dispersi, feriti) tra i 525mila ed i 625mila individui.
Un totale che ascende quindi ad oltre due milioni di esseri umani. Uomini, donne, militari e civili.
La diffusione di questo valore, di questa cifra che è molto, molto lontana da qualunque esperienza “sensibile” di ciascuno di noi, non ha prodotto alcuna reazione in un’opinione pubblica ormai semplicemente insensibile al dato “numerico”. Certamente per l’abitudine fatta rispetto ad un bollettino che, nei 1.591 giorni trascorsi dall’avvio dell’operazione militare speciale di tre giorni con cui Mosca aveva pianificato di marciare su Kiev, è diventato parte del “panorama”, non più il “soggetto” di alcuna attenzione.
Ma un ruolo determinante lo gioca senz’altro la scala di cui tale bollettino dà conto. Un ordine di grandezza semplicemente a-dimensionale per il sistema percettivo e ricettivo della stragrande maggioranza di tutti gli ascoltatori, di tutti i lettori, di tutti gli “informati”.
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Sono proprio queste differenze di “percezione” che nel corso della storia hanno plasmato dal profondo l’ethos di interi popoli. Cifre e valori che non dicono nulla ai più semplicemente perché “fuori scala” sono invece, per le popolazioni che hanno esperito direttamente tali atrocità, il fuoco vivo che generazione dopo generazione alimenta la camera di combustione di fratture, odio ed incompatibilità che nessuna “tregua” o “accordo di pace” riuscirà a sanare.
Questa a-dimensionalità è a mio parere il caso di scuola più lampante nonchè la radice più profonda dell'incomprensione emersa con forza tra i diversi stati europei sul principiare dell'invasione su larga scala russa dell'Ucraina e che a tratti perdura sino ad oggi.
Non è una (erronea) teoria sul su perché esiste l'odio (un terreno storiografico rischioso rispetto al quale rimando a quei capisaldi che sono i saggi ed i libri del professor T. Snyder) — ma l'applicazione un apparato cognitivo-percettivo a un fenomeno che gli appartiene in modo diretto: il disallineamento tra osservatori europei e sul perché il dibattito europeo sulla Russia è strutturalmente asimmetrico e apparentemente irrisolvibile. Non è un problema di intelligence, di dottrina militare o burden-sharing NATO — è che manca, letteralmente, un'unità di misura condivisa tra chi ha "contato" quel serbatoio nella propria storia familiare recente e chi lo enumera da un libro di storia
Il "serbatoio numerico" polacco-baltico-finlandese-ucraino — Ivan il Terribile, le partizioni, Katyn, i Gulag, l'holodomor, le deportazioni, l'occupazione 1940-91 — è per chi l'ha ereditato un dato "sensibile", esperito per trasmissione di memoria di gruppo (il concetto di "chosen trauma" elaborato dallo psichiatra Vamik Volkan). Per l'Europa centrale e occidentale quello stesso serbatoio è invece un numero senza spazio mentale, una lunga sequenza di cifre da manuale di storia.
Quando il "fianco est" dell'Unione Europea, quando i cittadini della giovane, incompleta, fragile democrazia ucraina insistono su una certa postura verso Mosca che a Berlino o a Roma appare rigida, securitizzata, "eccessiva", non è per via di un disaccordo politico su una minaccia condivisa — è che le due parti stanno guardando due grandezze percettivamente incommensurabili tra loro.
Uno stesso fatto (la Russia oggi) viene letto da un lato attraverso un serbatoio che è vivo, presente, "contato" nell'esperienza di gruppo; dall'altro attraverso un dato astratto, storico, fuori scala.
Non è un caso che i conflitti più refrattari a qualunque processo di pacificazione duratura – i Balcani post-jugoslavi, il Caucaso, alcuni teatri del Medio Oriente – siano proprio quelli in cui lo scarto tra la scala reale delle perdite subite e la capacità del resto del mondo di “visualizzarle”, di renderle sensibilmente proprie, si è rivelato più ampio. Dove la perdita non è stata condivisa né compresa da chi guardava da fuori, essa si è sedimentata come frattura permanente: non “numero sfumato ed indefinito” per chi l’ha vissuta sulla propria pelle, ma fluido vivo che alimenta, generazione dopo generazione, l’orientamento al “mors tua, via mea” – quello stesso orientamento che rende irricevibile l’ipotesi di una coesistenza là dove una parte ha inflitto all’altra una perdita di dimensioni semplicemente incomprensibili per chi non l’ha attraversata.
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