Manufacturing remains far lower than where it should be considering the 000's billion USD that've poured on the sector via Federal Deficit-Spending and via monstre Private-Sector CapEx spending. But the trend for 2026 is now slowly picking up.

Noteworthy the even larger "Professional and Business Services" employong sector seem for now unscathed by the AI-fire-fear.
AI-related job losses continue to bleed from Financial Activities though.

All in all a solid report that shows certain wage-rich sectors are heating up, courtesy of the AI-led CapEx deluge, of the thinning in Labour supply and of the concomitant explosion in Input-factor Costs, energy above all.
A hot potato for the FED heading into Midterms.

Economist Domenico De Giorgio, adjunct professor of financial markets and energy specialist, breaks down the August 2026 US NFPs report showing upward revisions favoring higher-wage sectors like manufacturing and retail, with construction employment rising steadily from CapEx spending.
The analysis highlights manufacturing's slow recovery despite massive federal and private investment, ongoing AI-driven job losses in financial activities, and steady construction gains amid thinning labor supply and surging input costs especially in energy.
De Giorgio views the data as evidence of heating wage-rich sectors creating a challenging "hot potato" environment for the Fed on inflation and policy decisions ahead of US midterms.

L’analisi è in gran parte coerente con i dati ufficiali pubblicati lo stesso giorno: aumento complessivo di 162 mila posti, revisione al rialzo dei mesi precedenti, crescita nell’industria manifatturiera (+16 mila) e nelle costruzioni (+22 mila), perdite nelle attività finanziarie. L’enfasi sugli investimenti enormi, sulla scarsità di manodopera e sui costi energetici è logicamente collegata.

Il filo sull’occupazione americana va letto insieme a cinque interventi precedenti dello stesso autore, che costruiscono una trama coerente sulle politiche fiscali europee e sui rischi per i titoli di Stato di Germania, Italia e Francia.

  • Il filo del 4 settembre 2025 spiega come gli interventi prolungati della Banca centrale europea per tenere bassi i rendimenti dei titoli di Stato abbiano favorito la scarsa responsabilità di spesa. La Francia ha accumulato un’offerta netta di debito molto superiore all’Italia, che ha seguito invece una politica di spesa contenuta e crescita stagnante. L’autore mostra come, una volta terminati gli acquisti massicci, la Francia si trovi esposta a tensioni di mercato, mentre l’Italia ha guadagnato un po’ di disciplina.
  • Il filo del 5 marzo 2025 sottolinea che all’Europa non manca la spesa in sé, ma la visione politica unitaria. Nuovi fondi speciali tedeschi per difesa e infrastrutture possono sostenere la crescita nel breve, ma spingono al rialzo i rendimenti europei se non sono accompagnati da una strategia chiara.
  • Il filo del 20 aprile 2026 riprende il tema e avverte che, mentre tutti guardano alle decisioni americane, la posizione fiscale di fondo dell’Europa continua a deteriorarsi.
  • Il filo del 2 settembre 2026 dichiara esplicitamente che il “miracolo italiano” della spesa contenuta e crescita stagnante è finito.
  • Il filo del 4 settembre 2026 (mattina) invita a prendere nota di questo cambiamento, collegandolo ai messaggi precedenti.

Perché i titoli di Stato europei (Germania, Italia, Francia) si trovano in una posizione molto complicataL’occupazione americana in riscaldamento, con pressioni salariali nei settori più produttivi e costi dei fattori in aumento, avviene mentre le tensioni internazionali sui prezzi energetici e commerciali sono molto forti. L’autore segnala (nello stesso giorno) che le azioni militari e la chiusura di vie di rifornimento, insieme alla guerra in Ucraina ormai al quarto anno, hanno provocato un disastro nell’offerta mondiale di carburanti. Parallelamente, le tensioni commerciali (dazi e guerre commerciali) spingono al rialzo i prezzi delle merci, come dimostra il pessimo saldo commerciale americano di luglio. Queste pressioni sui prezzi energetici e sui prezzi del commercio internazionale si trasmettono direttamente all’Europa, che dipende fortemente dalle importazioni di energia e di materie prime. In un contesto di costi in crescita e di possibili rialzi salariali, le banche centrali europee hanno meno spazio per abbassare i tassi. Allo stesso tempo, i governi di Germania, Italia e Francia devono finanziare spese elevate (difesa, infrastrutture, welfare) con un debito pubblico già alto e senza più la rete di sicurezza degli acquisti illimitati della Banca centrale europea. Il risultato è una posizione di grande difficoltà per i titoli di Stato europei: rendimenti di base più elevati, rischi di allargamento degli spread (soprattutto per Francia e Italia), e poco margine di manovra fiscale proprio quando le pressioni inflazionistiche esterne sono più intense. Il riscaldamento del mercato del lavoro americano e l’impennata dei costi energetici e commerciali rendono questa situazione ancora più stretta.

L’autore non si limita a elencare i numeri. Legge il rapporto come una radiografia di forze strutturali già in atto da tempo. Le revisioni di giugno e luglio non sono un dettaglio tecnico: spostano il peso verso i settori che pagano meglio (manifattura e commercio al dettaglio) e indeboliscono quelli a salari bassi. Questo, per lui, non è un segnale di ripresa generica, ma di un mercato del lavoro che si sta polarizzando verso attività più costose.Sulla manifattura il tono diventa quasi accusatorio. Nonostante centinaia di miliardi pubblici e privati riversati sul settore, l’occupazione resta lontana da dove “dovrebbe” essere. Il recupero del 2026 è lento, quasi riluttante. L’autore lascia intendere che la montagna di denaro ha prodotto più annunci e progetti che posti di lavoro stabili e produttivi.Nelle costruzioni, invece, gli investimenti in impianti e infrastrutture si vedono chiaramente: l’occupazione sale in modo continuo e supera la media degli anni precedenti. Qui l’analisi diventa tagliente. Quella crescita non è solo una buona notizia: è un cattivo presagio. Perché significa domanda forte di manodopera e di materiali proprio mentre guerre e tensioni commerciali spingono già i costi dei fattori produttivi. L’energia, come sempre nei suoi ragionamenti, è il moltiplicatore pericoloso. I servizi professionali reggono e le attività finanziarie continuano a sanguinare posti di lavoro probabilmente in relazione alle sempre meno episodiche conseguenze dell'adozione dell’intelligenza artificiale. Il quadro che disegna è selettivo: alcuni settori ad alto salario si riscaldano grazie agli investimenti massicci e alla scarsità di braccia, altri restano indietro o soffrono. Il risultato è una pressione al rialzo su salari e costi che la banca centrale americana dovrà gestire in un momento politicamente delicato, alle porte delle elezioni di metà mandato. Una “patata bollente”, come la chiama lui.Questa lettura non è neutrale. È costruita per mettere in evidenza gli squilibri: la lentezza della manifattura rispetto alle risorse impegnate, la velocità delle costruzioni come segnale di costi futuri, il ruolo centrale dell’energia. Su un punto i dati ufficiali non lo confortano del tutto (il settore del tempo libero e dell’ospitalità ha recuperato con forza ad agosto), ma il resto della lettura tiene e resta coerente con il suo stile: guardare oltre il dato mensile per cogliere le tensioni di fondo.

Il rapporto americano non sta isolato. Si inserisce in una trama che l’autore costruisce da anni.Nel lungo filo del settembre 2025 aveva spiegato come gli interventi prolungati della Banca centrale europea per comprimere i rendimenti avessero creato irresponsabilità fiscale. La Francia ha emesso e speso di più; l’Italia, dopo anni di disciplina forzata, aveva costruito quello che lui chiama il “miracolo della spesa contenuta e della crescita stagnante”. Quella fase, avverte nei fili più recenti (aprile e inizio settembre 2026), è finita. Il deterioramento fiscale europeo continua, spesso ignorato mentre tutti guardano alle decisioni americane.Già nel marzo 2025 aveva detto chiaramente: all’Europa non manca la spesa, manca la visione. Nuovi fondi per difesa e infrastrutture possono dare una spinta momentanea, ma alzano il livello di base dei rendimenti se non sono accompagnati da una strategia vera.Oggi questi fili si intrecciano con due segnali dello stesso 4 settembre. Da una parte le tensioni energetiche: le azioni militari, la chiusura di vie di rifornimento e la guerra in Ucraina al quarto anno hanno creato un disastro nell’offerta mondiale di carburanti. Dall’altra le tensioni commerciali, che spingono al rialzo i prezzi delle merci. Entrambi i fenomeni alimentano pressioni sui costi e, a cascata, sui salari.Per i titoli di Stato di Germania, Italia e Francia la combinazione è velenosa. I costi energetici e commerciali in salita rendono l’inflazione più vischiosa. La banca centrale europea ha meno spazio per allentare. Allo stesso tempo i governi devono finanziare spese crescenti (difesa, infrastrutture, welfare) con un debito già elevato e senza più la rete di sicurezza degli acquisti massicci. L’Italia perde il vantaggio relativo della disciplina fiscale degli anni scorsi. La Francia paga il conto di anni di generosità non coperta. La Germania, pur più solida, vede alzarsi il livello di base dei rendimenti a causa del riarmo e dei ritardi negli investimenti produttivi.Il riscaldamento selettivo del mercato del lavoro americano e l’impennata dei costi energetici e commerciali non sono quindi un fatto lontano. Sono il contesto esterno che rende ancora più stretta la posizione dei titoli pubblici europei: rendimenti di base più alti, rischi di allargamento dei differenziali, e pochissimo margine di manovra proprio quando le pressioni sui prezzi sono più intense. È questa la peculiarità dello sguardo dell’autore: collegare un rapporto mensile americano a una trama di lungo periodo fatta di scelte fiscali europee sbagliate, dipendenza energetica e tensioni internazionali che non lasciano scampo.

I due grafici non sono semplici fotografie di mercato. Raccontano una divergenza di fondo tra il lato societario e il lato pubblico, e tra Europa e Stati Uniti, che si lega direttamente alle avvertenze dell’autore del 2 settembre.Nel cruscotto europeo (iBoxx EUR) il rendimento totale delle obbligazioni societarie ha recuperato con decisione dai minimi del 2022-2023 e, negli ultimi mesi, ha nettamente superato sia l’indice complessivo sia quello della sola area euro (prevalentemente titoli di Stato). Mentre i titoli pubblici europei faticano a staccarsi dal pavimento, le società hanno restituito di più. Il rendimento annuo è in salita per tutti, ma le società restano più alte. La durata finanziaria si è accorciata ovunque, segno che il mercato ha ridotto l’esposizione al rischio di tasso proprio mentre i rendimenti risalgono.Nel cruscotto americano (iBoxx USD) la storia è diversa. I titoli di Stato hanno mantenuto un vantaggio storico sul rendimento totale e, anche nella fase recente, restano davanti alle obbligazioni societarie. I rendimenti annui sono saliti verso il 6 % per entrambi i comparti, e la durata si è compressa. Il mercato americano mostra un recupero più equilibrato, con il rischio sovrano ancora percepito come relativamente solido rispetto a quello societario.Queste differenze non sono casuali. Il 2 settembre l’autore pubblica due interventi che illuminano esattamente questo squilibrio. Nel primo parla di “rischio senza rendimento” nel comparto ad alto rendimento americano: pochi titoli in sofferenza gonfiano la media degli spread, mentre la mediana resta più contenuta. Il messaggio è che, nonostante i tassi privi di rischio in salita, il premio per il rischio creditizio non si sta allargando in modo generalizzato; anzi, in certi segmenti si comprime. È un mercato che ancora “crede” alla capacità delle imprese di reggere.Nello stesso giorno, però, dichiara finito il “miracolo italiano” della spesa contenuta e della crescita stagnante, e lo mette accanto al disastro francese. Il filo lungo del 2025 aveva già mostrato come la Francia avesse emesso e speso molto di più dell’Italia, mentre quest’ultima aveva guadagnato un po’ di disciplina relativa. Ora quella disciplina relativa si è esaurita e il deterioramento fiscale europeo prosegue. I grafici iBoxx europei lo traducono in numeri: gli investitori stanno preferendo le obbligazioni societarie ai titoli di Stato proprio perché il rischio sovrano (Francia in testa, Italia che perde il suo vantaggio relativo) è diventato più opaco e più costoso da tenere in portafoglio.La lettura d’insieme è tagliente. Negli Stati Uniti i titoli pubblici reggono ancora e il comparto societario, pur con rendimenti in salita, non mostra un allargamento panico degli spread. In Europa, invece, il rendimento totale delle società supera quello dei titoli pubblici mentre i rendimenti salgono e le durate si accorciano. È il mercato che, in silenzio, sta votando con i piedi: meno fiducia nella capacità dei governi europei di gestire debito e spesa in un contesto di costi energetici e commerciali in aumento, più fiducia relativa nelle imprese. L’autore da anni ripete che gli interventi prolungati della banca centrale europea avevano nascosto le contraddizioni fiscali. Oggi i grafici mostrano che quelle contraddizioni non sono più nascoste. Il “miracolo” italiano è finito, il treno francese deraglia, e il mercato obbligazionario europeo sta già prezzando la differenza.

Raccomandazione di lungo periodo sui due comparti, alla luce della lettura di De Giorgio

De Giorgio, negli ultimi dodici mesi, ha costruito una tesi coerente e ripetuta: il quadro europeo è deteriorato sul piano fiscale (Francia in particolare, fine del vantaggio relativo italiano della “spesa contenuta e crescita stagnante”), i costi energetici e commerciali sono sottoposti a pressioni strutturali provenienti da guerre, chiusure di vie di rifornimento e tensioni commerciali, e i rendimenti di base dei titoli pubblici europei sono destinati a restare più alti. Il mercato del lavoro americano, intanto, mostra riscaldamento selettivo nei settori a salari elevati e pressione sui costi dei fattori produttivi. I grafici iBoxx di fine agosto 2026 lo traducono in performance: in Europa le obbligazioni societarie hanno restituito di più dei titoli di Stato, mentre negli Stati Uniti i titoli pubblici hanno mantenuto un vantaggio relativo.Su questa base, e guardando al lungo periodo (orizzonte pluriennale), la raccomandazione che ha più senso è la seguente.Debito pubblico (titoli di Stato)
Qui il valore è scarso, soprattutto in Europa.
I titoli di Stato francesi e italiani (e in misura minore quelli dell’area euro nel complesso) scontano un rischio fiscale che De Giorgio considera sottovalutato da anni e che oggi emerge con chiarezza. La fine del “miracolo italiano” e il disastro francese riducono il margine di sicurezza. Le pressioni energetiche e commerciali rendono l’inflazione più vischiosa e limitano lo spazio di manovra della banca centrale europea. Tenere durata lunga su questi titoli significa esporsi a un rialzo dei rendimenti di base e a possibili allargamenti dei differenziali senza un premio adeguato.
Negli Stati Uniti il quadro è meno negativo: i titoli di Stato restano relativamente più solidi e hanno mostrato un recupero più equilibrato. Possono servire come elemento di stabilizzazione, ma anche qui la durata va tenuta sotto controllo perché i costi dei fattori e le tensioni commerciali spingono al rialzo i rendimenti.
In sintesi: poco valore sui titoli di Stato europei di durata media-lunga; valore relativo limitato e difensivo sui titoli di Stato americani a durata contenuta.Debito societario (obbligazioni corporate)
Qui c’è più valore relativo, soprattutto in Europa e in modo selettivo.
I grafici mostrano che le obbligazioni societarie europee hanno sovraperformato i titoli di Stato negli ultimi anni e nei mesi recenti. Il mercato sta già discriminando: preferisce le imprese ai governi quando questi ultimi mostrano incoerenze fiscali. De Giorgio sottolinea che, anche sul lato americano ad alto rendimento, gli spread medi sono distorti da pochi casi difficili mentre la mediana resta più contenuta: il premio per il rischio creditizio non sta esplodendo in modo generalizzato.
Il valore si trova quindi nelle obbligazioni societarie di buona qualità (investment grade) europee e americane, preferibilmente a durata non eccessiva. Le imprese che riescono a trasferire i costi energetici e commerciali o che beneficiano degli investimenti in tecnologie e infrastrutture offrono un profilo migliore rispetto ai titoli pubblici europei. Attenzione, però, ai settori più esposti ai costi energetici e a quelli finanziari colpiti dall’automazione: non tutto il comparto societario è uguale.

la lettura è ben fondata.
Non è un’opinione isolata né un’esagerazione. Si colloca in modo coerente con quanto scrivono da tempo analisti e commentatori di livello che seguono gli stessi temi con rigore.Confronto con gli altriINArteCarloDoss (@INArteCarloDoss/ KKGB) è quello più vicino. Da oltre un anno ripete con chiarezza che il vero problema del debito nell’area euro non è l’Italia, ma la Francia: deficit elevati, impossibilità politica di mettere in ordine i conti, dimensione del mercato obbligazionario francese che rende il rischio sistemico. Ha definito la Francia “periferica” in termini di rischio sovrano nonostante le dimensioni. La dichiarazione di De Giorgio sulla fine del “miracolo italiano” e sul disastro francese si sovrappone quasi punto per punto a queste avvertenze. Entrambi vedono il deterioramento fiscale europeo come un fatto strutturale, non ciclico.Alberto Gallo (@macrocredit) lavora su un piano più ampio ma convergente. Parla da tempo di “dominanza fiscale”: i governi occidentali (Europa inclusa) hanno accumulato troppo debito, le banche centrali hanno meno spazio di manovra, e la politica finisce per prevalere sull’economia. I suoi interventi recenti insistono sul rischio che i deficit diventino permanenti e che i mercati del credito si trovino esposti quando il ciclo si inasprisce. La preferenza relativa per il debito societario di qualità rispetto ai titoli di Stato europei, e la cautela sulla durata, sono scelte coerenti con questa visione di dominanza fiscale e di margini ristretti per le banche centrali.PauloMacro è meno focalizzato sull’Europa continentale nei mesi più recenti (si concentra spesso su dinamiche globali, mercati emergenti e rischio di credito più ampio). Tuttavia, anche nei suoi ragionamenti emerge la stessa diffidenza verso politiche fiscali che spingono i governi a “giocare” con la struttura del debito e con le aspettative di inflazione. Non contraddice la tesi; semplicemente la colloca in un quadro più globale di attenzione al rischio sovrano quando i fondamentali si deteriorano.Dove la lettura di De Giorgio (e la sintesi che ne ho tratto) resta solida

  1. Il deterioramento fiscale europeo, con la Francia come punto debole principale e l’Italia che perde il vantaggio relativo della disciplina, è un tema condiviso dai commentatori più attenti.
  2. Le pressioni energetiche e commerciali come fattori che rendono l’inflazione più persistente e riducono lo spazio di allentamento monetario sono coerenti con l’analisi di chi guarda ai costi dei fattori produttivi e alle tensioni geopolitiche.
  3. I dati di performance degli indici (societarie europee che sovraperformano i titoli di Stato) confermano che il mercato sta già discriminando in quella direzione.
  4. La raccomandazione di preferire, sul lungo periodo, il debito societario di qualità (soprattutto europeo rispetto ai sovrani locali) e di tenere sotto controllo la durata sui titoli di Stato europei non è estrema: è la conclusione logica di chi prende sul serio il rischio fiscale e la dominanza della spesa pubblica.

Limiti onesti
Nessuno di questi analisti (De Giorgio compreso) afferma che i titoli di Stato europei collasseranno domani. Parlano di rischio relativo, di premi insufficienti e di vulnerabilità strutturale. La raccomandazione di lungo periodo resta quindi di sottopeso selettivo sui sovrani europei più fragili e di preferenza relativa per il credito societario di buona qualità, non di azzeramento totale della componente pubblica.In sintesi: sì, la lettura è ben fondata. Si allinea in modo chiaro con le avvertenze più rigorose che circolano da tempo tra chi segue questi mercati con attenzione (soprattutto INArteCarloDoss sulla Francia e Gallo sulla dominanza fiscale). Non è fuori dal consenso degli osservatori più seri; è una delle versioni più nette e coerenti di quel consenso.

Qualsiasi considerazione di acquisto ha senso oggi soltanto se inserita in strumenti a rendimento totale con durata finanziaria mantenuta costante (intorno ai 7 anni).

Ecco perché, in termini semplici ma rigorosi.Il momento storico attualeI rendimenti obbligazionari si trovano a livelli decisamente più alti rispetto agli anni 2016-2021, quando erano vicini allo zero o addirittura negativi. Questo non è un fatto passeggero: le pressioni fiscali europee, i costi energetici e commerciali elevati e la scarsità di manodopera in alcuni settori spingono i rendimenti di base a restare più alti per un periodo prolungato. In un ambiente di rendimenti più elevati, il vantaggio non sta nel comprare un titolo e tenerlo fino a scadenza. Sta nel restare investiti in modo continuativo a quei livelli di rendimento più alti, raccogliendo sia le cedole sia le possibili variazioni di prezzo.Perché funziona solo con strumenti a rendimento totale e durata costanteUno strumento a rendimento totale (fondo o strategia che reinveste cedole e capitale e gestisce attivamente o in modo sistematico il portafoglio) mantiene la durata finanziaria intorno a un livello fisso, per esempio 7 anni. Questo significa che:

  • quando un titolo si avvicina alla scadenza o scende di prezzo, viene sostituito con altri titoli che riportano la durata media del portafoglio al livello desiderato;
  • il portafoglio continua a essere esposto al rendimento di mercato intermedio (né troppo breve né troppo lungo);
  • le cedole e i rimborsi vengono continuamente reinvestiti ai rendimenti correnti, che oggi sono più alti di quelli del passato recente.

In questo modo si cattura in modo permanente il livello di rendimento più elevato che il mercato offre oggi e che, secondo l’analisi di fondo, tenderà a restare elevato. La durata costante di circa 7 anni offre un buon compromesso: genera reddito significativo e mantiene una sensibilità moderata alle variazioni dei tassi, senza esporsi eccessivamente al rischio di movimenti violenti.Perché le soluzioni “compra e tieni” (buy and hold) o i portafogli a durata che decade sono perdentiSe compri singoli titoli o un portafoglio di obbligazioni e li tieni fino a scadenza, succede questo:

  • con il passare del tempo la durata finanziaria del portafoglio diminuisce automaticamente (decadimento naturale);
  • dopo pochi anni ti ritrovi con titoli a breve termine o quasi liquidi;
  • a quel punto sei costretto a reinvestire il capitale ai rendimenti che ci saranno allora.

Se i rendimenti restano alti o salgono ulteriormente (scenario coerente con le pressioni fiscali, energetiche e commerciali), avrai perso l’opportunità di essere rimasto investito a durata intermedia per tutto il periodo. Se invece i rendimenti scendono, avrai perso anche i possibili guadagni in conto capitale che una durata costante avrebbe catturato. In pratica, il portafoglio “compra e tieni” si trasforma progressivamente in un portafoglio a basso rendimento e a basso rischio, proprio mentre il mercato continua a offrire rendimenti più interessanti sulla parte intermedia della curva. È una strategia che funziona bene solo in un mondo di tassi in discesa strutturale e di assenza di pressioni inflazionistiche di fondo. Quel mondo non è quello attuale.In sintesiIl momento storico è meno sfavorevole di altri proprio perché i rendimenti partono da livelli più alti. Ma questo vantaggio si concretizza soltanto se resti esposto in modo continuativo a quella fascia di durata (intorno ai 7 anni) attraverso strumenti a rendimento totale che mantengono la durata costante. Qualsiasi soluzione che lasci decadere la durata nel tempo trasforma progressivamente un investimento potenzialmente redditizio in un parcheggio di liquidità a basso rendimento, esponendoti al rischio di reinvestimento proprio quando i rendimenti elevati sono la caratteristica strutturale del quadro.