
A poco meno di due settimane di distanza dagli avvenimenti, possiamo provare a passare dalla cronaca all'analisi. Un'analisi rivelatrice di certe dinamiche profonde che hanno potenziale (anzi, l'hanno già avuto) di riverberarsi in ambiti che vanno ben oltre quelli della "politica da bar", tracimando nei gangli più profondi dei meccanismi dei mercati finanziari, dell'economia, della postura strategica del nostro Paese.
Quando il presidente degli Stati Uniti afferma pubblicamente che la presidente del Consiglio italiana lo ha «supplicato per una foto» durante il G7 di Évian, quando attacca l'Italia per non aver concesso le basi di Sigonella durante la campagna militare in Iran, quando — il 21 giugno 2026 — scrive su Truth Social che l'Italia «non vuole nemmeno pensare di coinvolgersi» nonostante gli USA abbiano speso trilioni per la sua difesa, la risposta civile minima di chi si definisce sovranista, nazionalista, «Italia uber alles» dovrebbe essere l'indignazione.
Eppure sui social - quell'eccezionale finestra sul macrocosmo delle pulsioni più inaccessibili di vasta parte di umanità - è emersa una lettura apparentemente strampalata ed invero coerente con la più profonda fibra di un certo patriottismo.
Sul principio si è partiti con lunghe analisi di «framing mediatico»: «audio mancante», «trappola di La7», «dilettantismo del governo», «un disastro comunicativo».
E quando poi la smentita alle presunte "manipolazioni mediatiche" è arrivata direttamente dal durissimo post di Trump stesso e le difese d'ufficio contro le "manipolazioni dei giornalisti" non attaccavano più sì è passati alla minimizzazione: trasversale, ricorrente, strutturata.
Minimizzazione che non è menefreghismo. È consequenziale a una scelta ideologica che dura da anni e che vale la pena ricostruire nella sua genealogia.
La sequenza del catalizzatore
Non è la prima volta che il sovranismo italiano cerca un agente esterno in grado di «detonare» l'architettura europea. La sequenza è documentabile:
Prima le quote-latte come prefigurazione ante-litteram delle «follie regolatorie centralistiche» di Bruxelles. Poi l'Euro come «cappio alla libertà di autodeterminazione dei popoli». Poi Orban — l'«Europa dei Popoli» contro l'«Europa dei tecnocrati» — e la visita di JD Vance a Budapest nel febbraio 2026, a poche settimane dalle presidenziali ungheresi, nel ruolo di «supporter d'eccezione» dell'uomo che avrebbe dovuto incarnare la resistenza sovranista istituzionalizzata. Orban ha perso sonoramente ad aprile 2026. La debacle non è solo una sconfitta elettorale: è la falsificazione empirica dell'intera narrativa del nazional-populismo europeo come forza inarrestabile.
Ora resta Trump. L'ultimo «martello» — per usare la metafora nietzschiana cara a quella galassia — che potrebbe rompere la struttura europea dall'esterno. Ed è per questo che la fronda massimalista non può permettersi di criticarlo, neanche quando colpisce direttamente l'Italia. Criticarlo significherebbe incrinare lo strumento. E senza lo strumento, l'anti-europeismo ideologico resta senza catalizzatore.
Esempi in tal senso ho potuto apprezzarne di numerosi negli anni e due in particolare li ricordo in modo plastico:
- Marzo 2020: una mia dura critica diretta alla presidente dalla BCE Christine Lagarde per la leggerezza comunicativa nella conferenza stampa del 12 Marzo 2020 — rilanciata entusiasticamente da decine di sovranisti convinti che stessi attaccando l'euro. Stavo attaccando l'incompetenza. La differenza è abissale, ma la citazione strumentale è il meccanismo ricorrente.
- Settembre 2023: osservazione sulla prof. Weber come «alfiere globale della sinistra pianificatrice anti-impresa», rilanciata da sovranisti filo-russi e anti-UE italiani «adducendo le più becere ragioni MMT per espansione spesa pubblica come in Italia, ridotta in ceppi dall'austerity». Straordinario, e rivelatore.
Il paradosso Draghi come caso di scuola
Il meccanismo della citazione strumentale raggiunge il suo apice con il caso Draghi. Il nemico numero uno dei sovranisti italiani — tecnocrate europeo per eccellenza, presidente BCE durante gli anni dell'austerità, presidente del Consiglio per volontà delle stesse élite che la galassia dice di combattere — pubblica un libro, Competere o sparire (Rizzoli, 2026), in cui ammette che per un quarto di secolo l'Europa ha privilegiato la compressione salariale rispetto all'innovazione tecnologica come risposta alla concorrenza cinese, con conseguente impoverimento della classe media europea.
I sovranisti italiani pubblicizzano il libro con entusiasmo.
Prendono l'ammissione fattuale. Buttano il resto. Il resto — l'impianto complessivo del libro — è una proposta di ulteriore integrazione europea in senso federalista, di difesa comune, di mercato unico dei capitali. Draghi usa la diagnosi per prescrivere più Europa, non meno. Ma la diagnosi, decontestualizzata, fa comodo.
È esattamente la stessa operazione che fanno con Trump: prendono il pezzo utile — gli attacchi alla burocrazia europea, le critiche all'immigrazione, lo scetticismo verso il Green Deal — e buttano il contesto, che è un progetto di egemonia americana sull'Europa, documentato nero su bianco nella Strategia di sicurezza nazionale americana pubblicata nel dicembre 2025. Quel documento incoraggia esplicitamente i «movimenti patriottici europei» e indica l'Italia — insieme ad Austria, Polonia e Ungheria — come uno dei Paesi con cui gli USA dovrebbero lavorare «con l'obiettivo di allontanarli dall'UE».
In altre parole: i sovranisti italiani sono consapevolmente o inconsapevolmente funzionali a un disegno americano che mira a disgregare l'Unione Europea usando le loro stesse reti come leva. Il «martello» non è al loro servizio. Sono loro al servizio del martello.
Vasta parte della destra italiana di governo non si riconosce in questa dinamica e ha risposto agli attacchi di Trump con posture più coerenti con gli interessi nazionali. E' una (piccola) fronda massimalista — la cui galassia imperversa su certe piattaforme più che su altre — che ha costruito la propria identità politica sull'anti-europeismo come assoluto ideologico e che oggi si trova strutturalmente impossibilitata a difendere l'Italia da Trump senza tradire la propria ragione d'essere.
Questa distinzione è importante perché impedisce di ridurre tutto a una critica generica «alla destra». Non è quella la tesi.
La tesi è più specifica e più grave: una componente del sistema politico e dell'ecosistema informativo italiano ha sviluppato una dipendenza ideologica da catalizzatori esterni anti-europei talmente profonda da renderla incapace di distinguere tra critica all'UE e subordinazione agli interessi di chi umilia la Repubblica.
Una nota personale
Non scrivo da posizione europeista acritico ed asettico. I miei lettori e i miei ascoltatori sanno che da anni documento le falle strutturali dell'architettura europea: l'Energiewende tedesca poi istituzionalizzata nei regolamenti di Finanza Sostenibile e nei piani di decarbonizzazione di Bruxelles come errore strategico di proporzioni enormi per la sicurezza energetica continentale; la SFDR come cattura regolatoria costruita su basi fisico-geo-strategiche inesistenti; la gestione dell'immigrazione come fallimento sistemico che ha prodotto effetti devastanti sulla coesione sociale europea.
Queste critiche — documentate, datate, verificabili — non mi rendono però complice di chi, per odio verso l'ovviamente perfettibile struttura europea accetta che Washington tratti Roma come uno Stato vassallo.
Questa è la differenza tra critica analitica e subordinazione ideologica. La prima porta a riformare l'UE dall'interno o a costruire un'autonomia strategica europea reale. La seconda porta a fare da spettatori compiacenti — o peggio, da amplificatori silenziosi — mentre il presidente degli Stati Uniti dice che la premier italiana «lo ha supplicato per una foto» e «va male nei sondaggi».
I «Fardelli d'ignavia» non abitano solo negli spalti degli stadi. Abitano anche in chi minimizza e ridicolizza quando l'Italia viene umiliata.
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