Nell'intervista del 23 Luglio rilasciata al network televisivo egiziano all news AlQahera News a margine dell'ultimo rapporto della Banca Mondiale (crescita globale al rischio di scendere all'1,3% contro il 2,9% dell'anno precedente, inflazione potenzialmente al 4,5%, debito pubblico dei paesi emergenti salito dal 55% al 74% del PIL), ho commentato lo scenario legato al protrarsi del conflitto in Medio Oriente, evidenziando due punti principali:

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  1. Il costo economico e umano crescente del conflitto non sta funzionando da deterrente per chi lo conduce (e aggiungo: chi lo avrebbe mai detto?). Il petrolio torna verso i 100 dollari, i carburanti sono ai massimi, ma questo non sembra spingere le parti verso una de-escalation.
  2. Quella che viene chiamata "inflazione" non è tecnicamente una spirale inflazionistica, perché manca la componente salariale che la definirebbe tale. È piuttosto uno shock di offerta concentrato sui beni essenziali (energia, carburante, agricoltura, utenze), che colpisce soprattutto il ceto medio-basso, mentre il settore privato mostra segnali di salute (spread creditizi contenuti, valutazioni azionarie elevate). Si tratta quindi più di un impoverimento netto che di un fenomeno inflazionistico classico.
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