Dovrebbe certo fare impressione osservare il prezzo del porto sicuro per eccellenza (l'oro) - come quello del suo fratellino minore, l'argento, di cui più e più volte abbiamo già detto - liquefarsi sotto il maglio delle crisi geopolitiche ed energetiche più acute dell'ultimo quarto di (se non mezzo) secolo almeno che questo 2026 ha messo sul tavolo.

Ma si sa, i luoghi comuni sono duri a morire. Fanno perciò la fortuna di improbabili campagne pubblicitarie "Oro Sicuro" che imperversano su Radio, TV ed altri media oltre che di indefessi commentatori ed analisti d'assalto. Le loro papere previsionali continuano ad affollare tanto i media tradizionali che quelli digitali. Al loro cospetto quella del portiere degli USA contro il Belgio impallidisce.

A questo riguardo nella nuova invervista del 9 Luglio rilasciata al network egiziano al news AlQahera News ho provato - senz'altro invano - a mettere i puntini sulle i proprio su questo tema.

L'inasprirsi nuovamente delle inevitabili tensioni nello Stretto di Hormuz (si veda FAFO, Donald's Way) riporta in auge la falsa narrativa che più tensioni = più corsa al safe haven.

E' invece esattamente l'opposto: a maggiore incertezza sulla quantità e sulla qualità delle forniture energetiche (e non solo) transitanti da quel braccio di mare corrisponde più elevata probabilità di isterici scatti inflattivi o - peggio - di ancor meno desiderabili posture falco degli istituti centrali, BCE uber alles. Aspetti questi che remano tutti contro le prestazioni di strumenti come i metalli preziosi.

La recentissima ​mini-serie di episodi "Tassi. Una Lettura Scomoda" del podcast spiega all'ascoltatore curioso ed umile la meccanica e la geometria di come questi complessi elementi interagiscano tra loro.

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