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Fuck Around and Find Out. Versione scurrile e prosaica di "errando discitur", tarata sul bullismo dei yankee che si sono buttati nella lotta nel fango coi massimalisti iraniani — e nel fango, adesso, ci restano impantanati.

Da gennaio lo ripeto: cedere alla logica del fine-guerra-mai — quella che Gerusalemme coltiva con religioso zelo da decenni, sapendo perfettamente come intrappolare Washington in un'escalation senza uscita onorevole — avrebbe prodotto esattamente questo. Una corte di adulatori davanti a un ego gonfiato da mesi di vittorie annunciate, incapace di distinguere l'applauso di palazzo dalla sequenza reale delle conseguenze. Il risultato è un'era di distopica e funzionale menzogna — quella che chiamavo "l'arte dell'imbroglio" — dove ogni comunicato di vittoria nasconde la conta vera dei danni.

E la conta vera, oggi, è impietosa. Tre petroliere colpite nello Stretto di Hormuz. Sanzioni sul petrolio iraniano reimposte. Oltre ottanta obiettivi colpiti dagli USA in risposta. Decine di missili e droni lanciati dall'IRGC contro basi americane in Bahrain e Kuwait. Un accordo — quello di Islamabad, firmato meno di un mese fa — che rischia di diventare carta straccia.

Non è la coda di una crisi: è l'apertura di un nuovo ciclo, e stavolta senza nemmeno la pretesa di un'uscita pulita.

Il punto non è mai stato se il vecchio regime teocratico fosse un problema. Lo era. Il punto era cosa emerge dalle macerie quando lo si fa collassare senza un piano per il giorno dopo. La risposta la conosciamo: emergono gli sgherri massimalisti dell'IRGC, quelli che non devono mediare con nessuno — e che nel fango, a differenza della corte di Washington, sanno benissimo come restarci senza affogare.

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