Devo ridere — di gusto — leggendo il report sull'inflazione al consumo (CPI) diffuso oggi dal Bureau of Labor Statistics, pensando a quanti esperti hanno liquidato con sufficienza l'approccio di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve. Avevo già argomentato cosa penso della sua linea nell'articolo "L'ambiguità costruttiva di Warsh ha già vinto": i dati di oggi vanno esattamente in quella direzione.

L’ambiguità costruttiva di Warsh ha già vinto
Oggi la Federal Reserve tiene la seconda riunione del FOMC sotto la guida di Kevin Warsh. Prima ancora che il comitato si esprima, i mercati hanno già fatto buona parte del lavoro, esattamente lungo il crinale indicato dal suo nuovo Presidente: la curva dei rendimenti sui titoli di stato statunitensi

Il dato che nessuno si aspettava

Nel bel mezzo della crisi energetica più severa degli ultimi cinquant'anni, l'inflazione "core" — cioè l'indice dei prezzi al consumo depurato dalle componenti più volatili, alimentari ed energia — è scesa al 2,50% su base annua, mezzo punto percentuale in meno rispetto al dato precedente.

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Lo stesso vale per i servizi al netto dell'energia: -0,5% su base annua, -0,2% rispetto al mese precedente.

È un dato che sulla carta stride con la narrativa dominante: se l'energia è così cara, come fa l'inflazione di fondo a scendere? La risposta sta proprio nel modo in cui è costruito l'indice core: esclude energia e alimentari per isolare la dinamica dei prezzi "strutturale" da quella dei beni più esposti a shock di offerta. E infatti, se si guarda proprio a energia e benzina, il quadro è ribaltato: entrambe le voci sono cresciute in modo vertiginoso su base annua (+11,9% e +25,1% rispettivamente) e ancora di più nel confronto tra i due semestri (+14,8% e +32,1%).

Un apparente paradosso: perché i prezzi energetici sono scesi nell'ultimo mese

C'è però un dettaglio che a un primo sguardo sembra contraddittorio: proprio a luglio, mese in cui le rinnovate tensioni nello Stretto di Hormuz hanno reso più acuta la crisi energetica, i prezzi di energia e benzina sono scesi rispetto al mese precedente. Come si concilia con un aggravamento della crisi di offerta?

La spiegazione più plausibile non è che l'offerta si sia allentata, ma che la domanda abbia cominciato a cedere sotto il peso di prezzi già arrivati a livelli astronomici.

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Quando il costo di riempire il serbatoio o riscaldare casa raggiunge una soglia che le famiglie non riescono più a sostenere, i consumi si contraggono — e con essi, al margine, anche i prezzi. Non è un segnale di normalizzazione del mercato: è un segnale di razionamento imposto dal reddito, non dall'offerta. È esattamente la differenza tra una spirale inflazionistica classica (dove i prezzi salgono perché la domanda è forte) e una crisi di sostenibilità del potere d'acquisto (dove i prezzi rallentano perché le famiglie sono costrette a consumare meno).

Perché parlare di crisi di sostenibilità del potere d'acquisto, e non di spirale inflazionistica

È la distinzione che ho cercato di rendere il più chiara possibile nei mesi scorsi, spesso inascoltato. Un'inflazione "core" in discesa non significa che la vita costi meno: significa che il paniere utilizzato per misurarla non cattura bene dove si sta concentrando davvero il dolore economico — cioè proprio nelle voci di spesa più inelastiche, energia in testa, che pesano proporzionalmente di più sui bilanci familiari a reddito medio-basso.

Questo si lega direttamente a un altro tema che ho affrontato di recente: i dati sul mercato del lavoro americano di luglio, con la revisione al ribasso di 169.000 posizioni nei mesi precedenti (ne ho scritto in "I trilioni si spendono. Il lavoro non c'è.").

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Il quadro che emerge, mettendo insieme i due pezzi, è quello di una crisi di sostenibilità del potere d'acquisto che colpisce in modo sproporzionato proprio l'elettorato che aveva riposto le proprie speranze nelle promesse — a mio giudizio vuote — dell'attuale amministrazione.

I trilioni si spendono. Il lavoro non c’è.
C’è un paradosso che i dati di luglio 2026 del mercato del lavoro americano rendono impossibile ignorare, per quanto la narrazione mainstream continui a provarci. Il rilascio dei Non-Farm Payrolls di luglio porta con sé una revisione al ribasso di 169.000 posizioni occupazionali sui mesi di maggio

Il rovescio della medaglia: chi non soffre

Mentre il potere d'acquisto delle famiglie si erode, le condizioni finanziarie generali restano estremamente favorevoli alla rivalutazione del capitale a rischio: il debito continua ad accumularsi negli angoli meno trasparenti del sistema finanziario, allargando ulteriormente il divario tra il reddito da lavoro e i guadagni in conto capitale.

È un rischio di policy macroeconomica che avevo segnalato per tempo — lo scorso febbraio scrivevo che la distanza tra capitale ricco e lavoro povero rischiava di tornare a livelli pre-rivoluzione industriale, un'affermazione che a molti sembrò eccessiva.

I dati di oggi non risolvono la domanda su chi abbia ragione. Ma la direzione in cui si muovono le cose — inflazione di fondo in calo, prezzi energetici comunque insostenibili per le famiglie, condizioni finanziarie generose per chi il capitale già lo possiede — è esattamente quella che avevo indicato.

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